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Intorno al disegno

Il dettaglio inaccettabile: autoritratto e dismorfofobia.

Egon Schiele, Autoritratto

Il dettaglio inaccettabile: autoritratto e dismorfofobia. Oggi intraprendiamo un tema affascinante quanto rischioso, perché può sembrare un tentativo di congettura finalizzato a “spiegare” o motivare la diceria che il genio artistico è spesso collegato a una condizione clinica pregressa o a una fragilità emotiva argomentata in una edizione del DSM.

Stabilite le premesse, quali sono le cose che non vorremmo mai disegnare di noi, alle prese con il nostro autoritratto?

Tutti proviamo un’emozione che può essere scomoda in maggiore o minor misura a seconda del nostro vissuto, ma è chiaro che non si parla sempre di dismorfofobia.

La dismorfofobia (o disturbo da dismorfismo corporeo) è la preoccupazione di uno o più elementi corporei percepiti come difetti, che sono in realtà non evidenti o lievi per le altre persone. Tale preoccupazione può causare una sofferenza clinicamente significativa, con conseguente compromissione dell’attività sociale, lavorativa o scolastica. Come scritto sul Journal of Psychopathology “Il disturbo da dismorfismo corporeo è classificato nel DSM-IV-TR (1) nel capitolo dei disturbi somatoformi, ossia quei disturbi in cui le manifestazioni sintomatiche prendono la forma di disfunzioni o alterazioni somatiche, senza che sia possibile evidenziare una corrispondente lesione organica e in presenza di elementi che fanno supporre l’esistenza di meccanismi patogenetici di tipo psichico.”!

La dismorfofobia oggi.

Come riportato su stateofmind.it Alcuni studi epidemiologici hanno riportato una prevalenza di punto che va da 0,7% a 2,4%. Secondo tale prevalenza il disturbo di dimorfismo corporeo è dunque più comune di disturbi come la schizofrenia o l’anoressia nervosa (APA, 2000)Il disturbo è presente con una prevalenza che varia dal 9% al 12% nei pazienti dermatologici, dal 3% al 53% nei pazienti sottoposti a interventi di chirurgia estetica, dall’8% al 37% in soggetti con disturbo ossessivo compulsivo, dal 10 al 13% nei soggetti con fobia sociale e dal 14% al 42% in quelli con disturbo depressivo maggiore ( APA, 2014).

Informandosi un po’ su questa particolare tematica, viene spontaneo chiedersi se questa più o meno implicitamente non abbia trovato il suo posto nel firmamento dell’arte, attraverso le energiche rappresentazioni di artisti molto amati quali Egon Schiele, Francis Bacon o Jenny Saville (ma la lista di “indiziati” in realtà è molto più lunga).

Ci sono stati artisti che presentavano questo particolare disturbo? Difficile rispondere partendo unicamente dalle opere prodotte, sarebbe una congettura diagnostica senza evidenze cliniche. Però certamente alcuni artisti hanno rappresentato il corpo attraverso una sfacciata deformità, un’esagerazione dei tratti del volto e un atteggiamento remissivo, spesso attribuibili a questa eterogenea condizione della sfera emotiva, una sorta di nudità dell’anima.

Non può certo sfuggire all’attenzione di questo tema l’austriaco Egon Schiele, in particolare proprio per i suoi autoritratti.

I suoi corpi estremizzati nelle pose, gli arti ossuti e arrossati, esasperati dalle emozioni. La muscolatura dalla pennellata caotica, come a suggerire l’andatura instabile del soggetto. Il tratto esile che fa tremare i suoi corpi come piume. La falsa coscienza di essere scrutati inscindibilmente dalla propria condizione. Il tutto sembra proporre un “vedere oltre” che sposta l’interesse dello spettatore più sul dopo quel quadro, che sul durante.

E’ tutto tormento interiore quello di Schiele – se non addirittura dismorfofobia – o si può parlare piuttosto di una costante attenzione agli studi sulla psiche del connazionale Sigmund Freud, come la psicanalisi e la sessualità negata?

Oskar Kokoschka, Ritratto di Auguste Henri Forel

Se fosse plausibile il primo interrogativo, allora come si spiegano i vari Kokoschka, Nolde, Munch, Ensor, e lo stesso Schiele?

Meramente una squadriglia di DOC, o un gruppo di intellettuali ben attenti allo scenario che cambia tra due guerre mondiali. L’ultimo interrogativo ci sembra più vicino a una risposta attendibile, anche perché l’arte espressionista ha influenzato molti artisti non austriaci. Non tutti credevano agli oscuri presagi di Kokoschka o ebbero rapporti terribili con la madre, come Schiele. Emil Nolde viaggiò moltissimo e portò con sé i colori di quei suoi viaggi, ma la vicinanza diretta con Ensor forse fu cruciale per la sua arte. Ma quindi non è vero che gli artisti hanno tutti qualche rotella fuori posto.


Esatto, cominciamo a togliere via questi pregiudizi. Forse gli artisti, rappresentando sfacciatamente il dolore, si prendono una responsabilità che li mette più a rischio di congetture. Per questo storicamente si sono sentiti dare spesso dei matti. Ma se ci fate caso, sono i primi a individuare uno scenario che cambia e inizia a odorare di polvere da sparo. O a presagire un cambiamento nella persona, come nel caso del quadro del ritratto di Auguste Henri Forel, realizzato nel 1910 da Kokoschka e rifiutato dalla famiglia Forel poiché non somigliante. Ma il colpo apoplettico che colse in seguito il professore, lo portò a un’inquietante somiglianza col quadro realizzato dal nostro Oskar.

FONTI:

JOURNAL OF PSYCHOPATHOLOGY – https://www.jpsychopathol.it/

Wikipedia

stateofmind.it

Eric Kandel, L’età dell’inconscio.

Rivka Spizzichino per 24H Drawing Lab